Recensione "Il rogo di Berlino"
Buongiorno e buona Pasqua a tutti!
Oggi ritorno, dopo mesi, a scrivere su questo blog. Non per mancanza di tempo o di voglia, ma perchè non ho letto praticamento nulla.
Ho attraversato un periodo in cui lasciavo tutte le letture a metà o iniziavo un libro e ne leggevo poche pagine. Sono stati mesi molto frustranti: aggiungo anche che lo studio intenso non ha aiutato granchè. Avendo il cervello costantemente impeganto nella lettura di enormi manuali e la gola arida per le troppe ripetizioni, l'unica cosa che riuscivo a leggere di diverso era l'etichetta della mia fedelissima bottiglia di Sant'Anna (o Vitasnella, dipende dal periodo) sulla mia scrivania. In questa mia crisi da lettrice non è certo da comprendere la qualità del libro, tutti di prima scelta: da "Martin Eden" a "Le memorie di Adriano", ancora sul mio comodino, da "Anna Karienina", di cui ho letto solo dieci pagine ed è una cosa assai strana, dato il mio amore per la letteruatura russa, fino a "Cyrano de Bergerac" come ultima spiaggia. Nulla, è stato tutto vano.
Fino a ieri. In preda a uno dei miei deliri da lettrice incallita che non assume la sua dose di sana letteratura oramai da mesi e mesi, che combatte contro le angoscie per una patente che non sa se riuscirò mai a prendere, con più nozioni di diritto medievale in testa che pace interiore, ho trovato sulla mia libreria "Il rogo di Berlino" di Helga Schneider.
E' stata una sorta di folgorazione, di amore a prima vista! In barba ai miei doveri di studentessa ho passato la mattina e buona parte del primo pomeriggio a leggere questo romanzo autobiografico, che mi ha completamente stregato.Trama
La protagonista della storia è Helga, bambina di quattro anni che, insieme al fratellino di nove mesi Peter, viene abbandonata dalla madre, fanatica sostenitrice di Hitler, che decide di punto in bianco di arruolarsi nelle SS. Il padre è al fronte, così i bambini vengono mandati prima da una loro zia, sposata a un conte, che li accudirà fino all'arrivo della nonna. Quest'ultima si prenderà cura di loro, con dolcezza, ma anche con fermezza quando necessario, fino a quando il padre, tornando a casa con una licenza, non si innamorerà di Ursula, donna molto bella e affascinante, conosciuta durante un ricevimento che la sorella ha tenuto per festeggiare il suo ritorno: tra i due è amore a prima vista. Decidono di sposarsi e da quel momento sarà lei ad occuparsi dei bambini e da qui inizierà il calvario per Helga.
Helga è una bambina intelligente, ma dal carattere forte e determinato, e non vuole lasciarsi dominare da una matrigna che userà due pesi e due misure: tratterà il piccolo Peter come se fosse figlio suo, mentre Helga come se fosse un fastidio, paragonandola spesso alla madre ( i suoi insulti alla bambina erano accompagnati dall'espressione "come quella puttana nazista di tua madre") e picchiandola ferocemente. La sottoponeva a castighi brutali, che portavano la poveretta a svenire per la stanchezza o a fuggire di casa per evitare soprusi.
L'apice massimo di crudeltà arriva quando viene mandata in un ospedale psichiatrico per bambini, dove venivano rinchiusi e usati come cavie per esperimenti tutti quelli con le più svariate patologie e che, per questo motivo, non potevano essere considerati dei "veri ariani". Dopo scene di barbaria infinita e uno sciopero della fame che la porta quasi a morire, viene portata a casa, con grande disappunto di Ursula, che dopo qualche mese decide di spedirla in un collegio alle porte di Berlino.
Qui conosce la pace: gioca all'aria aperta, socializza con altri bambini, ha del cibo a tavola, impara a coltivare la terra e, soprattutto, ha a che fare con i primi pareri antinazisti. La direttrice del collegio, apertamente antinazista, non si faceva scrupolo a parlare della "questione ebraica" e dei campi di concentramento come di un abominio, di Hitler come un pazzo esaltato e della guerra come una cosa sbagliata e ingiusta. Con questi discorsi nella testa, quando la bambina verrà riportata a casa dalla sorella di Ursula, Hilde, si troverà spesso a scontrasi con il fratello Peter, oramai cresciuto e con la mente completamente plagiata dagli ideali nazisti.
Tornata a Berlino, Helga conosce tutte le brutture della guerra e tutte le difficoltà che è costretta a vivere: la mancanza di cibo, di acqua potabile, di libertà. Lei che aveva conosciuto la bellezza della natura, si ritrova a dover vivere chiusa in una cantina, al freddo e nell'umidità, con altre persone, quasi tutte sconosciute, per evitare di morire sotto i colpi di mitragliatrici e di bombe, che con il passare degli anni diventano sempre più frequenti. In questo scenario di disperazione e di scarsa umanità, trova un'àncora nella figura di Opa, il padre di Ursula e Hilde, che riuscirà a mentenere sempre una grande sensibilità, nonostante tutto.
Opa andrà a ricoprire il ruolo di genitore che un tempo era stato ricoperto dalla nonna, tornata in Polonia dopo il matrimonio del figlio: diventerà il padre che non ha mai avuto e da lui riceverà la dolcezza e l'affetto che aveva sempre voluto, in una costante ricerca di amore. Quando perderà la voglia di vivere, sarà Opa a ricordarle che la vita non è quella guerra, che finirà in un modo o in un altro. Sarà sempre lui ad ascoltarla e ad abbracciarla quando sarà presa dallo sconforto ed è l'unico che, in fondo, la comprende. Riesce a vedere in lei l'intelligenza e una maturità atipiche per una bambina di dieci anni, cosa che sua figlia Ursula non è mai riuscita ad apprezzare, dato il suo amore incondizionato per Peter, che cresce viziato e maleducato come pochi.
Questa è la trama per sommi capi, non ho voluto approfondire ulteriormente perchè avrei rischiato di fare troppi spoiler, cosa che invece farò alla fine.
Stile
Per quanto riguarda lo stile di scrittura scelto ammetto che ne sono rimasta totalmente coinvolta: l'autrice fa immerge immediatamente il lettore nella storia, senza perdersi in troppe descrizioni, se non quelle necessarie. Se dovessi definirla con un aggettivo direi "asciutta": non ha fronzoli, è dura e cruda, esattamente come gli eventi che va a narrare. Certe volte fa addirittura male, ma è giusto che sia così. Nonostante questo, i personaggi sono tutti ben caratterizzati: a partire dalla protagonista, Helga, che ho semplicemente amato e in cui mi ci sono rispecchiata molto dal punto di vista caratteriale, fino a personaggi secondari che appaiono per poche pagine. L'autrice, seppur con pochi dialoghi, riesce a tratteggiare perfettamente un personaggio.
Scene che più mi hanno emozionato
Per quanto riguarda invece le scene che mi hanno colpito di più. E qui farò spoiler.
La prima è sicuramente l'incontro di Helga con Hitler: ce lo discrive come un uomo con un leggero tic alla testa, un viso stanco e invecchiato, baffi neri a ricordo di una vecchia gloria e occhi da folletto, con una mano sudaticcia dalla stretta molle. Tutto, nella sua descrizione, emana un senso di viscido e di delusione: non ti aspetteresti mai questa descrizione per un uomo che ha lasciato il mondo col fiato sospeso per anni.E' stato anche interessante leggere le reazioni contrastanti dei due fratelli: da una parte Helga, che ne fa una descrizione oggettiva e sente una forte repulsione nei confronti di quell'uomo, dall'altra il fratello Peter, che invece ne resta affascinato e stregato, soprattutto perchè ha considerato il Furher come la figura paterna che non ha mai avuto.
La seconda scena che invece mi ha emotivamente distrutto è stata quella dello stupro delle due ragazze nel bunker: è stata di una crudeltà straziante. Non vi descriverò l'intera scena, ma le emozioni che ha suscitato in me: mi sono sentita come presa per la gola e totalmente senza fiato. Pensare che nessuno ha potuto fare nulla per salvarle, totalmente impotenti davanti a una cose del genere, ha fatto sentire inerme perfino me che leggevo.
In chiusura
In chiusura, un altro dettaglio che mi ha colpito è stata la costante presenza di descrizioni sensoriali, se così si possono definire: per tutta la lettura, in particolare da quando la narrazione si sposta a Berlino nel 1943, si ha spesso la descrizione di questo odore di fumo, di polvere da sparo, che fanno immergere ancora di più in quello che è stato il lungo rogo di Berlino (da qui il nome del libro).
Detto ciò: sono rimasta molto soddisfatta di questa lettura! Mi ha dato quelle emozioni, sia belle che brutte, che da tanto non riuscivo a provare. Ve lo consiglio assolutamente!

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