Recensione “Fahrenheit 451” di R. Bradbury


Scritto nel 1953 ed edito Mondadori

conta di 162 pagine che lasciano il segno.
 

Trama

É un distopico ambientato in un non ben precisato futuro, sicuramente dopo il 1960, e in questo mondo è un reato possedere o leggere un libro. È stato perciò snaturato il ruolo dei pompieri: da coloro che spengono il fuoco diventano coloro che invece danno fuoco ai libri, distruggendoli per sempre

 Analisi del protagonista

Di questo corpo speciale fa parte il protagonista del romanzo: Montag, un uomo infelice della sua vita alienata, con una moglie che è totalmente indifferente e un lavoro di routine. La sua vita monotona viene però sconquassata dall’incontro con una giovane ragazza, Clarisse, che è diversa da tutti gli altri e fa accendere in lui un altro fuoco: quello della scoperta del sentimento e di una vita diversi dal normale. Montag scopre che esiste un mondo fatto di luce, di meraviglia e di stupore autentico differente da quello che la società tecnologica impone loro.
Si accende in lui un altro fuoco, diverso da quello che appicca per bruciare i libri: quello della rabbia, del “turbamento”, dell’angoscia, della meraviglia. Si accende il fuoco della vita e arriva a comprendere quanto ciò che lui fa ogni giorno è sbagliato. Quanto bruciare un libro non comporti solo il metter fine all’esistenza di un oggetto, ma anche di tutta l’esistenza che un essere umano ha dedicato per poterlo scrivere e nel portarlo così a termine. Montag entra in contrasto non solo con un sistema di valori che lo ha portato a diventare un pompiere, ma anche con l’intera società e questo lo fa entrare totalmente in crisi. Si trova improvvisamente caricato da una energia che non sa come canalizzare per riuscire a scrollarsi di dosso tutto ciò che lo ha portato a vivere in un mondo grigio e infelice.

 La rappresentazione di quel mondo che lui vuole distruggere è sua moglie, Mildred: una donna totalmente sconnessa, come tutti del resto, dal mondo. Non dalla realtà, ma dal mondo in se per se. Passa le sue giornate in quella che mi ha ricordato tanto la caverna del mito di Platone: un soggiorno tv in cui le pareti sono enormi schermi che la fanno restare in contatto con la sua “famiglia”. Non si chiede mai chi siano questi “parenti”, ma la fanno stare bene. Vive perciò in una totale alienazione:non cerca infatti realmente contatti umani, ad esempio con il marito (mai un abbraccio o un qualsiasi gesto d’affetto), ma si scontenta di quelle voci oltre lo schermo.

Quando Montag cerca in qualche modo di turbare la sua pace, lei lo allontana in malo modo perché non vuole che la allontani da quello che per lei è realmente importante: la “famiglia”. Nel romanzo poi si fa spesso riferimento a casi di suicidio in quanto l’uomo, alienandosi, perde non solo contatto con gli altri, ma anche con se stesso, iniziando a trovare la propria vita inutile e priva di scopo (come, in effetti, nel libro è). Non si fanno più figli e se li si fanno si lasciano ogni giorno all’asilo: sono un peso, un qualcosa in più che alcuni fanno per fare in modo che la specie umana non scompaia. L’umanità viene repressa e sopita in continuazione anche in un modo molto semplice: non c’è più il silenzio. Questo infatti permette all’uomo di pensare e, per essere in “pace”, non deve più pensare. “Pensare fa male” è questo quello che impone la società.
 
Stile
Per quanto riguarda lo stile, che dire, impeccabile e particolare. È ricco di riferimenti ad altre opere letterarie e filosofiche, nonché di citazioni (tranquilli stanno tutti a fine libro). 
 
A chi consiglio questo libro?
 
Essendo oramai un classico della letteratura, mi sento di consigliarlo a tutti. E' anche un romanzo di formazione, nel quale si segue il cambiamento e la crescita del  protagonista. Se poi si è amanti del distopico diventa allora una lettura obbligatoria.

Frase preferita 

“Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche.”

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